In mortem Iohannis Zanonis

Non avrei voluto iniziare l’anno con questo tipo di messaggi, ma lo ritengo un necessario tributo.

Ieri è venuto a mancare Giovanni Zanoni, il mio modello di insegnante di latino e greco. Ai miei studenti dicevo spesso: “Non mi si parli male di Zanoni, perché bacio la terra dove quell’uomo cammina”… ma sapevo di dire un’imprecisione, perché in più di un caso la mia impressione era che, come gli dei omerici, non camminasse effettivamente, ma sfiorasse il terreno.

Però ogniqualvolta aveva da parlare si è dimostrato di una lucidità e di una franchezza al cui confronto l’ipocrita circospetta diplomazia che aleggia nei consessi dei docenti è di una meschinità unica. Anche per questo egli è un mio modello, e tale rimarrà.

Per lui è il caso di chiamare in causa un altro grande e fine antichista: Giuseppe Torelli a cui cedo la parola per esprimere in parte quello che in questo momento di forte emozione non riesco a chiarire…

Spirto gentil, che infra i Beati assiso,
D’immortai gloria ti circondi e fasci,
E Dio scorgi, e di ben certo ti pasci,
Là ‘ve mai non alterna il pianto, e ‘l riso;

Se morte ha quinci il corpo tuo diviso,
E non già il cor, che qui fra noi pur lasci,
Dal cielo, ove più bello ognor rinasci,
Deh rivolgi qua giù pietoso il viso.

E mira, qual di duol nembo angoscioso
M’opprima, or che di te privo io rimango,
Altrui vile, ed a me grave e nojoso.

E se nel tuo gioir m’affliggo et ango,
Ciò non turbi, o Beato, il tuo riposo;
Che non la tua, ma la mia sorte io piango.

From good ol’ gone by time

Che carino,

nel libro Pretty Lessons in Verse for Good Children: With Some Lessons in Latin in Easy Rhyme di Sara Coleridge (1839) ho trovato questa filastrocca che mi ha fatto sorridere.

THE FIVE DECLENSIONS.

IN words of declension the first—
Attend, little scholar to me—
The singular genitive case
Doth constantly end in an ae.

In words of declension the second—
To learn it I beg you will try—
The singular genitive case
Doth constantly end in an i.

In words of declension the third—
Attend, little scholar, to this—
The singular genitive case
Doth constantly end in is.

In words of declension the fourth—
Pray learn it without any fuss—
The singular genitive case
Doth constantly end in an us.

In words of declension the fifth—
I pray, little scholar, attend—
The singular genitive case
In ei doth constantly end.

Tra le righe noto come il sistema delle rime ci permetta di intuire come venisse pronunciato il latino dagli inglesi dell’epoca.

You saved my day

Una soddisfazione che capita raramente ma che risolleva un’intera giornata di difficoltà:

in prima sto spiegando un concetto piuttosto complesso per la capacità media della classe, la differenza grammaticale tra il concetto di “causa” e il concetto di “scopo” in termini temporali. Mentre dopo un esempio alla lavagna e un ulteriore rinforzo comunicativo mi guardo intorno e vedo molti visi con occhi intontiti. Simina, ragazza romena giunta qui a settembre, che pur con le evidenti difficoltà di comunicazione legate alla lingua alla mia domanda “avete capito?” con voce inizialmente incerta ma poi convinta dice queste tre parole:

”difficile.. ma … capito!”

La chiarezza con cui aveva sintetizzato il suo percorso cognitivo, a fronte di compagni che assai più facilitati avevano preferito distrarsi, mi ha cambiato la giornata. Grazie, Simina. In fondo basta poco per far felice qualcuno.

Pulvis et umbra

Oggi, ora di latino.

  • Io: Questa frase, pulvis (polvere) et umbra sumus, come si traduce?
  • St.: Polvere e… ombra… siamo… “siamo polvere e ombra” giusto?
  • Io: certo… e cosa significa questa frase? L’ha scritta un personaggio molto in gamba, un certo Quinto Orazio Flacco.
  • St. (si schermisce con un sorriso di circostanza) ehm… non saprei.

Mentre mi vorticavano in mente gli antecedenti di Orazio, allargavo la risposta alla classe, e una figliuola azzeccava un “significa che siamo mortali”.

Dopo aver lodato la giusta intuizione ho fatto notare che se “polvere” era abbastanza trasparente nel suo significato metaforico, un po’ meno lo era “ombra”. A quel punto ho commesso un errore: ho infatti notato che un’ombra non ha senso se non c’è una luce che la proietta. Dentro di me si è creato un cortocircuito che provo a spiegare.

Per la civiltà classica l’ombra rappresenta dopo la morte la nostalgia per il gusto della vita corporea provata dall’anima che sopravvive al corpo. Per Omero, Sofocle, Orazio e Ovidio l’ombra che il sole proietta è un memento mori schiacciante.

Perché mi è uscita l’affermazione sopra citata? Perché in effetti senza una luce (che non produciamo, che non siamo noi) essa non si produrrebbe: come un suggerimento di qualcosa “altro da noi” che però senza di noi non si produrrebbe ma che ha bisogno di una luce per evidenziarsi: qual grande prova che la tomba non è il destino ultimo della nostra vita.

Mettimi come sigillo sul tuo cuore, come sigillo sul tuo braccio; perché forte come la morte è l’amore